La Pieve di Canoscio Seconda Parte

By 18 ottobre 2016 notizie

Per chi, come noi, entra nella Pieve avvolto da una luce tenue, la compattezza dello spazio e le piccole aperture del fondo diventano i primi punti di riferimento. Non ci dimentichiamo che, anche se la nostra Pieve è un edificio ad aula dove manca la scansione ritmica delle colonne, la distanza fra l’ingresso e l’abside per il Cristiano a sempre lo stesso significato simbolico. Rappresenta, infatti, il cammino della nostra vita come tensione a Dio, presente nello spazio più sacro: quello dell’abside. La luce è anch’essa simbolo di questa meta. Al centro della conca absidale si eleva Cristo crocifisso ma, volgendo intorno uno sguardo complessivo, vediamo che siamo dovunque accompagnati da figure, alcune ben leggibili in riquadri definiti, altre più misteriose, in frammenti: tutte con caratteri diversi dal punto di vista stilistico e tematico. È ancora una volta la costatazione del valore dell’immagine nel mondo cristiano come “Biblia pauperum”, come linguaggio che, colto o popolare, ha una funzione educativa specie per chi, spesso, non ha altra fonte di conoscenza che la “Parola” letta dal sacerdote e l’immagine dipinta, comprensibile a tutti. Su tutte il richiamo al centro della nostra fede: Gesù crocifisso, salvatore e speranza di tutti noi, tramite fra cielo e terra: simbolicamente espresso dall’asse verticale e orizzontale della croce stessa. Dal punto di vista stilistico, notiamo la rappresentazione di un “Christus patiens”, morto, con il capo reclinato e il corpo leggermente mosso sull’asse rigido della croce. I tratti sono semplici, il linguaggio è povero. Questa rappresentazione ci indica che ormai siamo, anche in centri più periferici, lontani dalle influenze bizantine, che si è riscoperto, e volutamente si sottolinea il dolore di Cristo vero Dio, ma anche vero uomo. Al di sotto, sempre nell’abside, si intravedono partizioni di superfici con la presenza di alcune figure, non sempre facili da individuare per le lacune degli affreschi, ma ne riconosciamo alcune come San Pietro, San Paolo, San Michele, San Sebastiano: una straordinaria varietà di riferimenti. Nel lato destro dell’arcone trionfale, che separa la conca absidale dal resto dello spazio, troviamo una rappresentazione dell’Inferno. È a sinistra di Cristo, monocroma, monito ad ogni fedele della giustizia divina che, proprio perché rispettosa della nostra libertà, si eserciterà su tutti gli uomini. Quello che ci incuriosisce è, oltre la ripetizione di alcuni contenuti, lo spessore diverso dell’intonaco. È la testimonianza, di una continuità, in tempi diversi della frequentazione della Pieve, della fede che in essa ha trovato espressione, rendendo le sue superfici troppo limitate e costringendo a ricoprire pitture più antiche con nuovi strati di intonaco per poterle ancora utilizzare. Allora comprendiamo perché gli studiosi parlano della Pieve come di “Chiesa votiva” in cui i fedeli “per pura devozione o per gratitudine dopo qualche grazia ricevuta volevano raffigurare ……. le figure dei santi più venerati”. (A. Ascani). “Si attribuiva alle immagini dei santi che si facevano dipingere una virtù che, senza dubbio, per se stesse non avevano”: è la citazione fatta da E. Giovagnoli nelle sue pagine sulla Pieve. L’affresco meglio conservato e più articolato, oltre che storicamente più interessante, è nella parete destra con la rappresentazione della “ Madonna della misericordia e santi”. All’interno di una cornice, lo spazio viene diviso in cinque parti con al centro la Madonna che tiene il manto aperto a protezione di una folla in cui si riconoscono gli affiliati ad una confraternita, due personaggi con in capo una mitra e due figure femminile. Secondo la tradizione, i fedeli hanno dimensioni molto ridotte rispetto alla Vergine ad indicare anche visivamente la diversità del valore e dei ruoli. Il manto li protegge dal male che li potrebbe colpire: in questo caso la peste che infuriava in tutto il paese, come deduciamo dall’iscrizione sottostante che ci tramanda il nome dei committenti: Maffeo Marsi e Giovanni Mugio, priore e sottopriore della confraternita dei santi Cosma e Damiano e la data della realizzazione del dipinto: novembre 1348. La data è nella storia tristemente famosa e ci richiama alla mente la grande peste presa dal Boccaccio a pretesto per il suo “ Decamerone” o i celebri affreschi con il “Trionfo della morte” nel Camposanto di Pisa da alcuni critici accostati al grande terrore diffuso per la peste della metà del 1300 in tutta Europa. I santi Cosma e Damiano, di origine orientale, medici e martiri, invocati contro la peste, sono rappresentati in due riquadri a destra e hanno ai loro piedi un gruppo di fedeli penitenti. A sinistra, invece, troviamo San Michele, che ha ucciso il drago ed è invocato per la buona morte, e San Pietro. Come ci dice Giovagnoli, non sappiamo come si sia diffusa una devozione ai santi medici nel nostro territorio, certamente assai prima della data indicata se si era già formata una confraternita ad essi dedicata. Si può ipotizzare un legame con la cultura romana che lì li attesta fin dal V-VI secolo. Del resto forse non è casuale la presenza anche di San Pietro. Dal punto di vista formale notiamo la chiarezza compositiva, la posa frontale delle figure, statiche, ben caratterizzate nei volti e nei corpi, ma non ancora pienamente realistiche; un tentativo in alto di spazio tridimensionale. Al di sotto di questa fascia sono rappresentati Sant’Antonio Abate, San Zenobi e di nuovo il tema della Madonna, ma stavolta come madre che allatta. Il culto della Vergine, sempre presente nella devozione popolare, è testimoniato ancora con declinazioni diverse, in altre parti della Pieve e continuerà ad accompagnarci.

 

Sandra Fiordini