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Lettera del Rettore

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Cari Abbonati, Lettori e Amici di Canoscio, è ancora viva la gioia della festa dell’ASSUNTA vissuta qui al Santuario il 15 agosto ed è ancora viva l’esperienza dura e devastante del terremoto che ha colpito alcuni paesi del nostro centro Italia. E’ proprio su queste esperienze che vorrei fermarmi a riflettere con voi per trovare insegnamenti di vita che non ci facciano perdere la fiducia e la speranza che spesso sono messe a dura prova.

LA FESTA

Il nostro Santuario ha visto la presenza di migliaia di persone che sono salite su questo colle per celebrare la festa dell’Assunta. Più volte in questi giorni mi sono domandato: nel mezzo dell’estate, in periodo di ferie e di vacanze perché tante persone sono venute a Canoscio, che cosa le ha spinte in questo luogo, senz’altro bello, ma che non ha attrattive turistiche particolari? Tanti saranno venuti per una scampagnata, per passare fuori casa il giorno di ferragosto; tanti sono venuti per rispettare una tradizione familiare che affonda le sue radici tanti anni addietro e risale ai nonni, bisnonni…; altri sono venuti per visitare il Santuario, per onorare e pregare la Madonna… ma accogliere pellegrini alle 6 del mattino che hanno camminato tutta la notte facendo un vero pellegrinaggio da Castiglion Fiorentino, accogliere pellegrini che da Badia Petroia sono partiti per partecipare alla Messa delle 7, accogliere tutto il giorno persone che hanno affollato il Santuario a tutte le Messe, accogliere centinaia di persone che si sono presentate al confessionale (6 confessori tutto il giorno!) è qualcosa che deve farci riflettere. La vita cristiana è davvero scomparsa coma spesso diciamo sfiduciati? La religiosità popolare fatta di segni, espressioni particolari ha qualcosa da insegnarci? I Santuari non sono anche oggi dei “fari” che richiamano, dei “porti” che accolgono le persone per momenti di pace, di riflessione, di incontro personale con Dio? Credo proprio di sì! In questo nostro tempo segnato da distrazione, da confusione, da sbandamento e smarrimento sia da un punto di vista umano che di vita cristiana, l’esperienza del 15 Agosto mi fa pensare che in fondo a tanti cuori c’è un desiderio di interiorità, di ritrovare anche la dimensione religiosa della vita, magari con forme e modi differenti dagli abituali. Diamo attenzione e spazio a questi desideri che affiorano, non li mettiamo a tacere! Il Santuario può rispondere a questi desideri offrendo spazi di silenzio e di preghiera, accoglienza semplice e cordiale, possibilità di incontrare sempre un sacerdote. La Madonna ci aiuti ad essere strumenti che facilitano l’ascolto e l’incontro di tante persone con il Signore.

IL TERREMOTO

Pochi giorni dopo la festa l’esperienza devastante del terremoto: quasi 300 morti, tanti feriti, tantissime persone che hanno perso tutto, paesi interi distrutti, comunità cristiane senza le loro Chiese… Un’esperienza, si è sentito forte anche al Santuario, che ti fa sentire piccolo e impotente di fronte alle forze della natura. Perché tanta distruzione, tanto dolore, tante vite spazzate via in pochi secondi? Domande legittime che hanno portato tante persone a domandarsi perché Dio permette queste cose, se Dio è buono perché tanta distruzione, dov’era Dio in quella notte? Non credo ci sia bisognoriscoprire e vivere due atteggiamenti fondamentali nella vita:

LA RESPONSABILITÀ PERSONALE E COMUNITARIA

di fronte alla creazione e LA SOLIDARIETÀ. Dio ha affidato all’uomo il mondo che ha creato perché lo custodisse, ne avesse cura, perché possa essere la casa bella e sicura per tutti. Purtroppo gli uomini spesso trascurano, sciupano, sporcano, violentano la creazione con conseguenze devastanti. “Non è Dio che uccide, ma le opere dell’uomo” ha ricordato il Vescovo di Rieti durante il funerale delle vittime. Abbiamo questa tremenda responsabilità: custodire il mondo! E siamo chiamati tutti, privati e istituzioni , a investire energie, capacità, denaro….per rendere il mondo più bello, più abitabile, più sicuro. Se smettessimo di spendere per armi e strumenti di morte e ci mettessimo dalla parte della vita e di tutto ciò che aiuta la vita, piangeremmo meno vittime. Siamo chiamati anche ad essere SOLIDALI con le vittime del terremoto! Una solidarietà che ha dato tanti segnali positivi in questi primi giorni e che deve continuare per non dimenticare persone e paesi, una solidarietà che chiama in causa ciascuno di noi! Ognuno faccia o dia quello che può perché “Dio ama chi dona con gioia” e siamo chiamati a “portare i pesi gli uni degli altri”, i canali della solidarietà sono tanti! Siamo solidali anche con la preghiera perché non venga meno la fiducia e la speranza per il futuro. Con l’augurio di ogni bene per tutti!

Don Franco

Papa Francesco alla Porziuncola di Assisi: “É difficile perdonare eh? Ma è la strada che rinnova il mondo”

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Papa Francesco visita la Porziuncola di Assisi, luogo prediletto da San Francesco e dedicato all’indulgenza, che si trova all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli. Un papa pellegrino che parla soprattutto di perdono come “la strada maestra da seguire” per raggiungere un posto in Paradiso. Alla Porziuncola, dice il pontefice, “tutto parla di perdono! Che grande regalo ci ha fatto il Signore insegnandoci a perdonare per farci toccare con mano la misericordia del Padre!”. Poi ha aggiunto: “E’ difficile perdonare, eh? Quanto ci costa perdonare”. Parole semplici perché tutti comprendano: “Il perdono è una carezza, è tanto lontano dal gesto ‘me la pagherai’. Il perdono è un’altra cosa”. “Perché dovremmo perdonare una persona che ci ha fatto del male? Perché noi per primi siamo stati perdonati, e infinitamente di più. La parabola ci dice proprio questo: come Dio perdona noi, così anche noi dobbiamo perdonare chi ci fa del male”, ha spiegato. “Quando nel confessionale ci mettiamo in ginocchio davanti al sacerdote, non facciamo altro che ripetere lo stesso gesto del servo”, ha detto il Papa facendo riferimento alla parabola del servo spietato, che non condona il debito pur avendo ricevuto invece il condono dal suo padrone. “Diciamo: ‘Signore, abbi pazienza con me’. Sappiamo bene, infatti, che siamo pieni di difetti e ricadiamo spesso negli stessi peccati. Eppure, Dio non si stanca di offrire sempre il suo perdono ogni volta che lo chiediamo. E’ un perdono pieno, totale, con il quale ci dà certezza che, nonostante possiamo ricadere negli stessi peccati, Lui ha pietà di noi e non smette di amarci”. E “come il padrone della parabola, Dio si impietosisce, cioè prova un sentimento di pietà unito alla tenerezza: è un’espressione per indicare la sua misericordia nei nostri confronti”. Francesco allora ha sottolineato: “Il perdono di Dio non conosce limiti; va oltre ogni nostra immaginazione e raggiunge chiunque, nell’intimo del cuore, riconosce di avere sbagliato e vuole ritornare a Lui”. “Mi piace ricordare oggi, prima di tutto, le parole che, secondo un’antica tradizione, san Francesco pronunciò proprio qui, da vanti a tutto il popolo e ai vescovi: ‘Voglio mandarvi tutti in paradiso!’”, continuato il papa. “Cosa poteva chiedere di più bello il Poverello di Assisi, se non il dono della salvezza, della vita eterna con Dio e della gioia senza fine, che Gesù ci ha acquistato con la sua morte e risurrezione?”. “In questo Anno Santo della Misericordia diventa ancora più evidente come la strada del perdono possa davvero rinnovare la Chiesa e il mondo. Offrire la testimonianza della misericordia nel mondo di oggi è un compito a cui nessuno di noi può sottrarsi. Il mondo ha bisogno di perdono; troppe persone vivono rinchiuse nel rancore e covano odio, perché incapaci di perdono, rovinando la vita propria e altrui piuttosto che trovare la gioia della serenità e della pace”, ha continuato il papa prima di concedersi un fuori programma, confessando i fedeli in prima persona: “Invito i frati, i vescovi ad andare al confessionale, anch’io andrò. Ci farà bene ricevere il perdono qui, oggi, insieme”, aveva detto parlando a braccio.

La Parola del Vescovo

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Dio ha visitato e redento il suo popolo” (Lc 1,68) Ogni mattina nella preghiera delle Lodi tutta la Chiesa proclama il cantico vche inizia così: “Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo”. Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, il figlio nato dalla moglie sterile, benedice il Signore perché la nascita prodigiosa del suo figlio preannuncia la nascita in assoluto più stupenda: quella del Salvatore promesso a Davide. Attraverso questo Bambino, Dio visita il suo popolo e l’umanità intera. Così l’Amore misericordioso entra nella storia umana, facendosi lui stesso uomo. Dio ci visita “come un sole che sorge dall’alto, grazie alla sua tenerezza e misericordia” (cf. Lc 1,78). Così gli uomini fanno esperienza del perdono dei peccati, della luce che vince le tenebre, dell’amore che supera ogni male. Questo canto viene a proposito all’inizio del nuovo Anno pastorale 2016-2017 per due motivi. Primo, perché avremo la nostra Assemblea ecclesiale proprio su questo tema che ci prepara alla “visita pastorale” alle parrocchie e alle unità pastorali, alle comunità religiose ed ecclesiali, all’intera Diocesi. Secondo, perché il prossimo 13 novembre, nella solennità dei Santi Patroni Florido e Amanzio, celebreremo la conclusione del Giubileo della Misericordia nel quale tutti abbiamo sperimentato una “visita” particolare del Signore, la sua misericordiosa vicinanza. Il Signore ci visita misteriosamente anche attraverso le sofferenze di vario genere. Nel senso che ci è vicino anche, e oso dire in modo particolare, nelle gravissime calamità, come quella del terremoto che ha toccato anche la nostra terra. Sia questo, fratelli e sorelle, un momento di grande solidarietà in ogni forma possibile (la Chiesa italiana ha indetto una raccolta di offerte in denaro per domenica 18 settembre: vedi più avanti) nei Diocesi di Città di Castello confronti di chi ha perso persone care e beni; momento di riflessione seria sulle nostre responsabilità a prevenire, per quanto dipende da noi, morte e distruzione; momento di preghiera e di vicinanza affettiva. Davvero tanti e belli i gesti gratuiti, e perfino eroici, messi in atto, non raramente con risultati positivi, nei confronti delle persone coinvolte. È un bell’incoraggiamento a fare come loro. Ricordiamoci però che il male ancor più grave – e questo dipende dagli uomini! – è la guerra, la violenza, l’ingiustizia, la corruzione. Mettiamoci le mani sulla coscienza, impegnandoci ad essere uomini di giustizia, pace, riconciliazione, perdono… Impariamo ad essere davvero fratelli: la cosa più bella di tutte per il bene di tutti! Tutto questo ci impegna a pregare perché il Signore, per intercessione della Beata Vergine e dei santi, ci doni l’abbondanza del Suo Spirito che stimoli ognuno di noi a dare il proprio contributo in campo sociale ed ecclesiale. L’avvio “spirituale” dell’anno pastorale è già avvenuto con la solennità dell’Assunta, celebrata in modo particolare qui a Canoscio, e con la solennità della Madonna delle Grazie, il 26 agosto. Confortati dal materno aiuto di Maria, auguro a me, a voi, a tutta la Chiesa Tifernate un fruttuoso Anno pastorale! Ai bambini, ai ragazzi, ai giovani un buon anno scolastico! A tutti auguro di assolvere al meglio alle responsabilità che ognuno ha. Con affetto benedico.

+ Domenico Cancian f.a.m. Vescovo

La misericordia in esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetizia

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di ENZO BIANCHI

Dopo l’enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI sull’amore di Dio raccontato e vissuto da Gesù Cristo ed effuso attraverso lo Spirito santo nel cuore di ogni cristiano, ora il Papa con l’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia ha tracciato la via nella quale l’amore di Dio può essere vissuto nelle storie d’amore che uomini e donne intrecciano dando vita a famiglie. Questa esortazione potrebbe essere intitolata via amoris perché indica concretamente un cammino da percorrere che è gioia per tutta l’umanità. Così il primato dell’amore è confermato al di sopra di ogni situazione letta dottrinalmente e giuridicamente. Il Pontefice afferma con coerenza che se il Vangelo è gioia, gaudium, allora l’amore di Dio donato al cristiano è anch’esso buona notizia, Vangelo, e dunque gioia, laetitia. Per questo al centro dell’esortazione- tutta preziosa e da ascoltare con attenzione – sta la perla luminosa e raggiante del quarto capitolo, interamente dedicato all’amore nella vita matrimoniale: un canto all’amore che ha come traccia il tredicesimo capitolo della Prima lettera ai Corinzi. Il Papa riesce a leggere il brano di san Paolo ascoltando uomini e donne di oggi che cercano per tutta la vita di vivere questo amore cristiano nell’ascolto della Parola di Dio, nella lotta spirituale, nel dare senso alle loro storie d’amore. È una contemplazione dell’amore che sente e vede in grande (machrotymia), dell’amore che vuole e realizza il bene e dell’ amore che plasma le relazioni. Francesco delinea una strada per vivere l’amore tra uomo e donna, tra genitori e figli, nello spazio senza barriere, mai chiuso, della famiglia. Opus amoris, lavoro dell’amore, esercizio necessario affinché le storie d’amore diventino opere d’arte, senza idealismi né spiritualismi. Canto dell’amore della famiglia, quindi, ma dettato dal realismo di chi conosce il duro mestiere di vivere, la laboriosa arte della carità, la fatica del vivere insieme nella sottomissione reciproca e in una fedeltà che non viene meno. Questo ideale non è mai offuscato o dimenticato nell’esortazione: è posto davanti a ogni essere umano sul quale esercita attrazione e stupore, ma senza idealizzare i rapporti nella vita familiare. L’esperienza del limite della fragilità umana e della debolezza della carne ci dicono infatti che la contraddizione alla volontà del Signore è attestata e ripetuta da tutti: anche nella vicenda dell’amore l’esperienza del peccato è presente in diversi modi perché, come ha detto Gesù, basta guardare una donna con desiderio nel cuore per commettere adulterio (cf. Matteo 5,28). Nelle comunità dei credenti questecontraddizioni possono fornire la tentazione ad alcuni – che si sentono giusti, forti e sani – di emarginare chi ha peccato, pensando così di estirpare il male: è la perenne tentazione di strappare la zizzania, denunciata da Gesù nella celebre parabola. Ma, sull’esempio lasciatole dal suo Signore, la Chiesa già a partire dal concilio di Gerusalemme, come ricorda Papa Francesco, ha cercato di acconsentire quasi sempre all’affermazione della misericordia. La via della misericordia richiede di non escludere né di emarginare, ma di impegnarsi affinché il peccatore non muoia ma abbia la vita. La Chiesa non può far altro che imitare Gesù, il quale all’adultera che ha peccato dice: «Neanch’io ti condanno » (Giovanni 8, 11). La condanna è sul peccato, la misericordia sul peccatore perché nessun peccato può definire chi lo ha commesso. Proprio il dono della misericordia che contiene sempre il perdono può causare la conversione, il mutamento di vita. La via della misericordia è sempre grazia, energia divina che giustifica e dà forza dove c’è debolezza, porta guarigione dove c’è malattia. Questa esortazione nell’anno giubilare della misericordia ci vuole aiutare a riscoprire che la misericordia annunciata da Gesù non è secondo la meritocrazia, non può essere meritata né condizionata, perché la giustizia di Dio a essa immanente non è mai punitiva ma giustificante. La Chiesa è nel mondo anche presenza che accoglie i peccatori, non è l’assemblea di quanti si sentono giusti o dicono di vedere: e quando discerne qualcuno in situazione «cosiddetta irregolare», cioè non conforme alle esigenze del Vangelo, deve trattare questi peccatori manifesti (pubblicani) come li ha trattati Gesù, andando a cercarli, alloggiando da loro, accompagnandoli senza mai abbandonarli (cfr. Matteo, 9, 10-13). Per vivere questo non occorre una normativa generale di tipo canonico applicabile in modo indifferenziato in tutte le situazioni e nelle diverse aree culturali, come ricorda il Papa, ma occorre piuttosto che la Chiesa, attraverso i suoi pastori eserciti il discernimento nelle diverse situazioni personali senza mai cadere nella casistica degli scrupolosi o dei giusti incalliti, interessati più a misurare il peccato che a leggere le sofferenze che sempre accompagnano le contraddizioni alla volontà di Dio. L’esortazione, per la quale sale dalla Chiesa un ringraziamento al Signore, annuncia la gioia dell’amore e chiede di crescere nella fede, di diventare cristiani maturi ( cfr. .Ebrei, 5, 14) così da vivere la libertà dello Spirito santo, la capacità di non condannare, e quel discernimento spirituale che aiuta a pensare in modo da «giudicare da se stessi» (Luca, 10, 54-57). Non parole ambigue, dunque, nessun silenzio sulle verità del messaggio cristiano, ma un cantus firmus all’amore che viene da Dio, all’amore che, vissuto, rende Dio presente in mezzo a noi.

Pubblicato su: Osservatore Romano

Pubblichiamo alcune riflessioni di ragazzi animatori delle parrocchie dell’Unità Pastorale

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“Da questo riconosceranno che voi siete miei discepoli: nell’amore che avrete gli uni per gli altri” Stare con i ragazzi è una grande sfida d’amore. Non ci piace chiamare i nostri percorsi “attività”. Le attività sono cose del fare, del materiale, del concreto. I nostri sono INCONTRI. Incontriamo i ragazzi, passiamo del tempo con loro. Più piccoli e più grandi, cerchiamo di entrare sottovoce nel loro intimo, per spronarli a scavare, ad andare più giù della superficie delle persone, dei fatti. A chiedersi “perché?”, “che sto facendo?”, “perché soffro, perché gioisco?”, fino alla domanda più grande, più bella, più sconvolgente e più costruttiva: “che vuoi da me Gesù?”. Non sappiamo se arrivino a chiederselo, non sappiamo se la loro risposta sarà un sì totale o un “ripassa più tardi”, non sappiamo se sarà un NO. E non lo sappiamo per un unico motivo: non cerchiamo le loro risposte. La nostra è una quotidianità che ci costringe ad essere sempre al passo, sempre pronto, sempre puntuale, sempre deciso, sempre coerente, sempre ferrato e sempre con la risposta pronta. E’ difficile, è impegnativo, è faticoso. E allora ragazzo e amico nostro, a noi non interessa delle tue risposte. Non interessa se sei indeciso, se non sai cosa fare. Ben venga il tuo dubbio e la sana inquietudine che porta a cercare, cercare, cercare. Non ci interessa se non sei alla moda, se non sei nei canoni entro i quali ci siamo imposti di stare. Evviva la bellezza dello stravagante, la sfaccettatura della creatività di Dio! Tu lo sei! Non ci interessa se sei un fifone, se sei timido, se non riesci a prendere parola subito. Aspettarti sarà una lezione di pazienza e il tuo silenzio sarà scuola di semplicità. E’ un mondo bellissimo quello che i ragazzi hanno dentro, un labirinto che non ci permettiamo di esplorare se non mano nella mano con loro. Ci impegniamo in questa grande sfida d’amore che vorremmo li portasse all’attenzione: accorgersi del volto di Gesù, trovarlo negli amici, nello sport, in famiglia. Scrutare la giornata per scoprirne i suoi prodigi e ringraziarlo la sera per le meraviglie che riesce a compiere, nonostante la nostra pochezza. L’amore di Gesù è il primo vero amore che possono conoscere, che può condizionare e condire tutte le loro relazioni con gli aspetti più puri che da un amore ci si aspetterebbe sempre: la fedeltà, la pazienza, la presenza, il dono, la purezza, la semplicità, la naturalezza. E non è vero che i giovani, ai quali si chiede sempre tutto, non valgono più niente. Forse non valgono quanto le aspettative che su di loro si costruiscono. La nostra speranza è che si sentano amati. E che col nostro aiuto, possano costruire il centro gravitazionale della loro vita: Gesù.

L’oratorio è il campo di battaglia dei nostri giorni, dove piccole e meno piccole pesti spalancano le porte alla loro gioia! Ogni giorno della settimana è organizzato per una o più attività che possono essere ricreative e di svago. I volontari mettono a disposizione dei bambini un loro talento, per poter condividere con loro un tempo costruttivo: cucina, sport, magia, cucito, disegno. Le attività possono cambiare più volte durante l’anno, seguendo i programmi e le proposte dei volontari. L’Oratorio, è bambino, è scuola, è preghiera, è tempo dedicato e tempo impegnato, è una spinta educativa, è un impegno educativo. Sono le ruote colorate dove sedersi insieme, i colori senza il tappo, i fogli neri e le matite bianche, il biliardino e il divano arancione. Il campino e i palloni. È scegliere che tutto questo diventi casa, diventi abitudine, diventi spazio dove potersi esprimere. Ci affidiamo a Gesù nell’approcciarci a questo compito: osservando Lui speriamo di sapere accogliere ognuno con tutto l’amore che possiamo donare. Osservando Lui speriamo di essere ben accolti anche quando non siamo all’altezza. Del resto questo è l’oratorio: un luogo, un tempo, dove tutti hanno bisogno di tutti.

Gesù ci chiede aiuto sempre, a noi animatori ce lo chiede soprattutto aiutando i più giovani a farli avvicinare a Lui.Ci chiede di usare i nostri talenti affinché i ragazzi sentano parlare di Lui e se ne innamorino di un amore che non li lascerà mai. Fortunatamente siamo tanti e quindi abbiamo tanti talenti da mettere in gioco così che ci siano tante attività, ci sono momenti in cui giochiamo, ci sono momenti in cui preghiamo e altri in cui riflettiamo su Gesù o su cosa la vita ci mette davanti. Il mix tra gioco e Gesù è perfetto perché ci si diverte ma allo stesso tempo si viene colpiti da Lui, e senza nemmeno volerlo si riporta a casa un grande regalo dentro al nostro cuore. Ma il talento migliore che abbiamo tutti noi è il SERVIZIO, perché tutto quello che facciamo è mettersi al servizio dei più giovani che ci vengono affidati così da metterli a proprio agio e renderli pronti all’incontro con Gesù. Il campeggio si aspetta tutto l’anno, dagli animatori e sopratutto dai ragazzi. I ragazzi aspettano quella settimana perché è piena di gioia e divertimento, piena di momenti per stare con i propri amici e con il loro nuovo amico Gesù, anche perché è Gesù che rende speciale questa esperienza. Il campeggio forse è la prima “scusa” che abbiamo per parlare con gli altri della nostra fede senza vergogna, perché si sa, quando si è ragazzi la vergogna è tanta, ma il campeggio la lava via a tutti. Per gli animatori invece questa attesa è piena, piena di lavoro e di idee che si fondono insieme, piena di riunioni per rendere magica una settimana e sopratutto piena di idee per far arrivare Gesù nel miglior modo possibile e più facilmente possibile. L’attesa diventa stanchezza a ridosso del campeggio, ma poi la stanchezza diventa gioia, energia e amicizia alla fine del campeggio, tutte emozioni che serviranno per il prossimo anno. C’è chi dice che il campeggio sia la fine dell’anno, ma per noi animatori è l’inizio perché grazie a questa esperienza che si può ripartire pieni di energia e pieni di fede da trasmettere. Essere animatori significa ANIMARE…. ervire i ragazzi per aiutarli a crescere, servire la loro anima con delicatezza e amore…metterli sempre al primo posto perché sono più importanti di me…ma soprattutto testimoniare Gesù…è questa la parte più bella ma nello stesso tempo non facile perché lo dobbiamo fare con la nostra vita dobbiamo essere responsabili ,coerenti ma soprattutto umili…non sentirci arrivati perché ogni volta che passiamo del tempo con i nostri ragazzi impariamo cose nuove… Dall’unita’ pastorale

Per tener vivo lo spirito del Concilio Vaticano II

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A servizio di Cristo, unico mediatore: Maria Mediatrice In una delle sue Udienze Generali del mercoledì (1/10/1997), Giovanni Paolo II ha esordito dicendo che “tra i titoli attribuiti a Maria nel culto della Chiesa, il capitolo VIII della Lumen Gentium ricorda quello di “Mediatrice”. Benché alcuni Padri conciliari non condividessero pienamente tale scelta, quest’appellativo fu inserito ugualmente nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, a conferma del valore della verità che esprime. Si ebbe, però, cura di non legarlo a nessuna particolare teologia della mediazione, ma di elencarlo soltanto tra gli altri titoli riconosciuti a Maria. Il testo conciliare, peraltro, riferisce già il contenuto del titolo di “Mediatrice”, quando afferma che Maria “con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni della salvezza eterna” (Lumen Gentium, 62)”. Inoltre, come spiega nella sua Enciclica Redemptoris Mater, “la mediazione di Maria è strettamente legata alla sua maternità, possiede un carattere specificamente materno, che la distingue da quella delle altre creature” (n. 38), per cui da questo punto di vista, essa è unica nel suo genere e singolarmente efficace. Ma come si concilia questo con l’affermazione di S. Paolo che “uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Tim 2,5)? Il Concilio, dopo aver riconosciuto a Maria il titolo di “mediatrice”, si premura di precisare: “Questo però va inteso in modo che nulla detragga o aggiunga alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico mediatore” (Lumen Gentium, 62). Il Concilio afferma infatti che Maria è “per noi la madre nell’ordine della grazia” (Lumen Gentium, 61), chiarendo che la Vergine coopera con Cristo alla rinascita spirituale dell’umanità. La mediazione materna di Maria quindi non offusca, anzi, mostra l’efficacia dell’unica e perfetta mediazione di Cristo. pertanto l’influsso salutare della Beata Vergine “non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita” (Lumen Gentium, 60). Per questo la Chiesa ha sempre raccomandato ai fedeli di ricorrere a Maria perché, sostenuti dal suo materno aiuto, possiamo unirci ancora più strettamente e intimamente a Gesù Salvatore, percorrendo la sua stessa via al Padre. Del resto, non sono forse le preghiere una forma di mediazione? Anzi, secondo san Paolo, l’unica mediazione di Cristo è destinata a promuovere altre mediazioni, dipendenti e ministeriali. Proclamando l’unicità di quella di Cristo, l’Apostolo tende ad escludere soltanto ogni forma di mediazione autonoma o concorrente, non altre forme compatibili col valore infinito dell’opera del Salvatore. É possibile infatti partecipare alla mediazione di Cristo in diversi ambiti dell’opera della salvezza. Per questo il Concilio afferma che “come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato dai sacri ministri e dal popolo fedele, e come l’unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l’unica mediazione del Redentore non esclude, ma suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata dall’unica fonte” (Lumen Gentium, 62). In questa volontà di suscitare partecipazioni all’unica mediazione di Cristo, si manifesta l’amore gratuito di Dio che vuol condividere ciò che possiede. In verità che cos’è la mediazione materna di Maria se non un dono del Padre per l’umanità? Non dimentichiamo che “ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini non nasce da una necessità, ma dal beneplacito di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di Lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia” (Lumen Gentium, 60). Ecco perché il Concilio conclude: “Questo compito subordinato di Maria, la Chiesa non dubita di riconoscerlo apertamente, continuamente lo sperimenta e lo raccomanda al cuore dei fedeli, perché sostenuti da questo materno aiuto, siano più intimamente congiunti col Mediatore e Salvatore” (Lumen Gentium, 62). Una mediazione materna “La vita divina è il ritorno a Dio. Allora la persona partecipa di una nuova vita …. Ma non c’è vita senza una madre. Anche la vita soprannaturale ha una Madre, la Madre della grazia divina” (S. Massimiliano Kolbe) Maria svolge la sua azione materna in continua dipendenza dalla mediazione di Cristo e da Lui riceve tutto ciò che il Suo Cuore vuole dare agli uomini. La Chiesa, nel suo pellegrinaggio terreno, sperimenta “continuamente” l’efficacia dell’azione della “Madre nell’ordine della grazia”. Maria, cioè, esercita un influsso su tutta la vita soprannaturale (la grazia), dal momento del battesimo fino al nostro ultimo respiro. Infatti la Vergine coopera con amore di madre alla rigenerazione e formazione dei fedeli. Anche da lei dipende il diventare figli di Dio e l’essere formati alla maturità e santità secondo l’immagine e la statura di Cristo (cfr. Ef 4,13). Come scriveva Padre Kolbe nel 1940: “Nel grembo di Maria l’anima deve rinascere secondo la forma di Gesù Cristo. Ella deve nutrire l’anima con il latte della sua grazia, curarla amorosamente ed educarla così come nutrì, curò ed educò Gesù. Sulle Sue ginocchia l’anima deve imparare a conoscere e ad amare Gesù. Dal Suo Cuore deve attingere l’amore verso di Lui, anzi amarLo con il cuore di Lei e diventare simile a Lui per mezzo dell’amore”. L’intercessione e la mediazione di Maria scaturiscono dalla sua maternità divina e come ogni vera madre, Lei sa come introdurre la pace e la gioia nei nostri cuori, anche in mezzo alla confusione che spesso avvolge la nostra vita, alle preoccupazioni e ai grattacapi che spesso ci assillano o al dolore che penetra fin nel più profondo del cuore e sembra non lasciarci scampo. Lei sa … e soprattutto lei vuole donarci Gesù, nostra unica, vera felicità e pienezza. Lei sa come portarci a Lui, farci incontrare con Lui anche quando il nostro cuore ci rimprovera fallimenti, resistenze, peccati. Lei, Madre della Misericordia è il rifugio dei peccatori e dove Lei entra porta le grazie della conversione e della santificazione e, dunque, la vera e duratura felicità! Con la sua materna carità si prende cura di noi: questa espressione del Concilio fa riferimento alla situazione glorificata della Vergine. Nella visione beatificante della Trinità, Maria vede i suoi figli, ne conosce i pericoli e gli affanni. Il suo amore materno, dilatato e perfezionato dalla gloria, non resta indifferente o insensibile di fronte a tante situazioni di sofferenza, di precarietà e di smarrimento dei figli che Gesù morente le ha affidato dalla Croce: “Donna, ecco tuo figlio” (Gv 19,26). I suoi sono interventi concreti, fattivi: per questo da secoli i fedeli la invocano come “avvocata, ausiliatrice, soccorritrice”, cioè portatrice di protezione, aiuto e soccorso. Quanto più diventiamo coscienti di questa cura materna della Vergine nella nostra vita e a Lei ricorriamo, tanto più il nostro cuore si apre alla speranza e alla fiducia, così, con maggior coraggio, possiamo affrontare la durezza e le incognite del presente e del futuro. “Nei riguardi di ogni cristiano, di ogni uomo, – scrive Giovanni Paolo II- Maria è colei ‘che ha creduto’ per prima, e proprio con questa sua fede di sposa e di madre vuole agire su tutti coloro che a lei si affidano come figli. Ed è noto che quanto più questi figli perseverano in tale atteggiamento e in esso progrediscono, tanto più Maria li avvicina alle ‘imperscrutabili ricchezze di Cristo’ (Ef 3,8)” (Redemptoris Mater, 46). Inoltre, Maria ci ricorda continuamente che non siamo soli, che Dio è un Padre amoroso e misericordioso e ha a cuore la sorte, cioè, la gioia e la salvezza di ciascuno dei suoi figli, che si attua collaborando, per quanto ci è possibile, con la Sua grazia nel quotidiano impegno a “fare” quello che il Signore dice (cfr. Gv 2,5). Maria è la manifestazione più affascinante della misericordia del Signore. Fin dai primordi della vita cristiana i fedeli ne invocavano l’aiuto, come testimonia l’antichissima preghiera “Sub tuum presidium” (Sotto la tua protezione) che anche noi possiamo ripetere con grande fiducia e abbandono: Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.

Missionarie dell’Immacolata P. Kolbe Casa di preghiera

“Ecco tua Madre” Pieve di Canoscio

La Pieve di Canoscio Seconda Parte

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Per chi, come noi, entra nella Pieve avvolto da una luce tenue, la compattezza dello spazio e le piccole aperture del fondo diventano i primi punti di riferimento. Non ci dimentichiamo che, anche se la nostra Pieve è un edificio ad aula dove manca la scansione ritmica delle colonne, la distanza fra l’ingresso e l’abside per il Cristiano a sempre lo stesso significato simbolico. Rappresenta, infatti, il cammino della nostra vita come tensione a Dio, presente nello spazio più sacro: quello dell’abside. La luce è anch’essa simbolo di questa meta. Al centro della conca absidale si eleva Cristo crocifisso ma, volgendo intorno uno sguardo complessivo, vediamo che siamo dovunque accompagnati da figure, alcune ben leggibili in riquadri definiti, altre più misteriose, in frammenti: tutte con caratteri diversi dal punto di vista stilistico e tematico. È ancora una volta la costatazione del valore dell’immagine nel mondo cristiano come “Biblia pauperum”, come linguaggio che, colto o popolare, ha una funzione educativa specie per chi, spesso, non ha altra fonte di conoscenza che la “Parola” letta dal sacerdote e l’immagine dipinta, comprensibile a tutti. Su tutte il richiamo al centro della nostra fede: Gesù crocifisso, salvatore e speranza di tutti noi, tramite fra cielo e terra: simbolicamente espresso dall’asse verticale e orizzontale della croce stessa. Dal punto di vista stilistico, notiamo la rappresentazione di un “Christus patiens”, morto, con il capo reclinato e il corpo leggermente mosso sull’asse rigido della croce. I tratti sono semplici, il linguaggio è povero. Questa rappresentazione ci indica che ormai siamo, anche in centri più periferici, lontani dalle influenze bizantine, che si è riscoperto, e volutamente si sottolinea il dolore di Cristo vero Dio, ma anche vero uomo. Al di sotto, sempre nell’abside, si intravedono partizioni di superfici con la presenza di alcune figure, non sempre facili da individuare per le lacune degli affreschi, ma ne riconosciamo alcune come San Pietro, San Paolo, San Michele, San Sebastiano: una straordinaria varietà di riferimenti. Nel lato destro dell’arcone trionfale, che separa la conca absidale dal resto dello spazio, troviamo una rappresentazione dell’Inferno. È a sinistra di Cristo, monocroma, monito ad ogni fedele della giustizia divina che, proprio perché rispettosa della nostra libertà, si eserciterà su tutti gli uomini. Quello che ci incuriosisce è, oltre la ripetizione di alcuni contenuti, lo spessore diverso dell’intonaco. È la testimonianza, di una continuità, in tempi diversi della frequentazione della Pieve, della fede che in essa ha trovato espressione, rendendo le sue superfici troppo limitate e costringendo a ricoprire pitture più antiche con nuovi strati di intonaco per poterle ancora utilizzare. Allora comprendiamo perché gli studiosi parlano della Pieve come di “Chiesa votiva” in cui i fedeli “per pura devozione o per gratitudine dopo qualche grazia ricevuta volevano raffigurare ……. le figure dei santi più venerati”. (A. Ascani). “Si attribuiva alle immagini dei santi che si facevano dipingere una virtù che, senza dubbio, per se stesse non avevano”: è la citazione fatta da E. Giovagnoli nelle sue pagine sulla Pieve. L’affresco meglio conservato e più articolato, oltre che storicamente più interessante, è nella parete destra con la rappresentazione della “ Madonna della misericordia e santi”. All’interno di una cornice, lo spazio viene diviso in cinque parti con al centro la Madonna che tiene il manto aperto a protezione di una folla in cui si riconoscono gli affiliati ad una confraternita, due personaggi con in capo una mitra e due figure femminile. Secondo la tradizione, i fedeli hanno dimensioni molto ridotte rispetto alla Vergine ad indicare anche visivamente la diversità del valore e dei ruoli. Il manto li protegge dal male che li potrebbe colpire: in questo caso la peste che infuriava in tutto il paese, come deduciamo dall’iscrizione sottostante che ci tramanda il nome dei committenti: Maffeo Marsi e Giovanni Mugio, priore e sottopriore della confraternita dei santi Cosma e Damiano e la data della realizzazione del dipinto: novembre 1348. La data è nella storia tristemente famosa e ci richiama alla mente la grande peste presa dal Boccaccio a pretesto per il suo “ Decamerone” o i celebri affreschi con il “Trionfo della morte” nel Camposanto di Pisa da alcuni critici accostati al grande terrore diffuso per la peste della metà del 1300 in tutta Europa. I santi Cosma e Damiano, di origine orientale, medici e martiri, invocati contro la peste, sono rappresentati in due riquadri a destra e hanno ai loro piedi un gruppo di fedeli penitenti. A sinistra, invece, troviamo San Michele, che ha ucciso il drago ed è invocato per la buona morte, e San Pietro. Come ci dice Giovagnoli, non sappiamo come si sia diffusa una devozione ai santi medici nel nostro territorio, certamente assai prima della data indicata se si era già formata una confraternita ad essi dedicata. Si può ipotizzare un legame con la cultura romana che lì li attesta fin dal V-VI secolo. Del resto forse non è casuale la presenza anche di San Pietro. Dal punto di vista formale notiamo la chiarezza compositiva, la posa frontale delle figure, statiche, ben caratterizzate nei volti e nei corpi, ma non ancora pienamente realistiche; un tentativo in alto di spazio tridimensionale. Al di sotto di questa fascia sono rappresentati Sant’Antonio Abate, San Zenobi e di nuovo il tema della Madonna, ma stavolta come madre che allatta. Il culto della Vergine, sempre presente nella devozione popolare, è testimoniato ancora con declinazioni diverse, in altre parti della Pieve e continuerà ad accompagnarci.

 

Sandra Fiordini

LA GRAZIA DI AVERE UN FIGLIO DOWN

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Il 12 giugno si è svolto a Roma il Giubileo dei Disabili e il papa Francesco ha richiamato il valore dell’accoglienza verso tutti i malati, rinunciando alla tentazione dell’esclusione e dell’emarginazione. Riportiamo la bella testimonianza di una mamma.

LA GRAZIA DI AVERE UN FIGLIO DOWN Lo struggente racconto di una madre innamorata di suo figlio, della vita e, in ultima analisi, del Dio buono e onnipotente. di Maria Angela Masino Stefano Maria, 19 anni ama sciare, nuotare, leggere, scrivere, dipingere soprattutto ad acquerello, servire a tavola con lo stile sobrio ed elegante dei camerieri cinque stelle. Stefano ama pregare con la sua mamma, andare a Messa la domenica, ma anche visitare il Louvres o una mostra di Picasso. Stefano ha la sindrome di Down, ma non ha alcuna delle patologie connesse alla Trisomia 21, neppure un soffio al cuore. «Quando l’ho preso fra le braccia dopo il parto era bellissimo, aveva perfino gli occhi blu, come la sua nonna; anche l’indice di Apgard che valuta l’efficienza delle funzioni vitali era perfetto. Ma, già il secondo giorno dopo la nascita, la profonda gioia che mi aveva travolto era “minacciata” da un primo sospetto clinico: la manina sinistra del mio bambino aveva una linea con una direzione diversa, molto simile a quella presente nella Trisomia 21 e la cute della nuca presentava una certa lassità, “forse” fuori dai parametri. Occorreva verificare con l’esame Cariotipo se c’era la presenza del terzo cromosoma», racconta Laura Maiocchi, professoressa di Lettere all’Istituto Santa Gemma di Milano e mamma di Stefano. COMUNQUE AVREI SCELTO PER LA VITA «In quel momento», continua, «mi sono resa conto che la frase che mi era stata detta “Signora, complimenti, tutto bene: è un bel bambino!”, stava dando alla mia vita un aspetto diverso. Mesi prima, all’inizio della gravidanza il ginecologo aveva avvertito delle irregolarità negli esiti dei primi esami che mi avevano “costretta” a pensare a una eventuale malattia del mio bambino. A quella ipotesi avevo reagito dicendomi che, comunque, avrei scelto per la vita e per la mia maternità. Poi in realtà si era trattato di un duplice errore di laboratorio. Incredibile. Ora, però, quel dubbio clinico – che non si doveva divulgare perché non c’era ancora una reale diagnosi, e non bisognava etichettare il bambino qualora il sospetto fosse stato smentito – aveva rotto l’incantesimo. Stefano era sempre bellissimo, ma c’era anche un’angoscia che non era stata messa in conto. Per due volte il test del cariotipo, l’analisi dei cromosomi ha dato esito positivo. Il dubbio era stato sciolto, la vita, inutile negarlo, aveva preso una direzione diversa rispetto a quella sognata.

IL PIÙ BEL BAMBINO DEL MONDO «Anche, se forse, i segni premonitori di una quotidianità non facile non erano mancati: la mia vita matrimoniale è sempre stata scandita dal limite: la malattia di mio suocero, la disabilità di mio cognato, la morte prematura della mamma di Fabio, mio marito. E io ho spesso dovuto mettere da parte un po’ me stessa per fare gioco di squadra familiare». Ma, nonostante la diagnosi, Stefano per Laura continuava a essere il più bel bambino del mondo. «Ero e sono infinitamente grata alla mia maternità che mi ha permesso di conoscere un mondo “altro”, quello di chi riesce a fare tante cose solo se accolto con un sorriso, quello di chi chiede regalando un bacio al suo interlocutore. Da mio figlio ho imparato a essere più paziente, ad avere maggior rispetto per i ritmi degli altri anche se meno accelerati, a entusiasmarmi per ogni piccolo traguardo raggiunto. Certo è faticoso confrontarsi con un figlio che, a volte, fatica ad allacciarsi le scarpe, che al mattino impiega dieci minuti per lavarsi i denti, ma è anche sfidante riuscire a dar voce ai suoi talenti, alle sue potenzialità. «Una neuropsichiatra con tono piuttosto duro nel corso di una visita mi aveva chiesto se avevo guardato in faccia mio figlio, se avevo colto la sua diversità e quindi la sua incapacità di fare le cose che fanno gli altri. Certo, che ero consapevole ». Ma essere diversi non significa lasciare inespresse le proprie inclinazioni, non provare a integrarsi, non misurarsi con la realtà. Stefano fin da piccolo di interessi ne aveva molti e ha sempre frequentato le scuole, già dall’asilo, con tanta gioia. Le difficoltà non sono mancate, ma anche le gratificazioni si sono moltiplicate nel corso degli anni. «Ha più volte prestato servizio nelle cene a tema organizzate dalla scuola e lo ha fatto, mi dicono i suoi prof, con un’attenzione e un garbo che sono difficili da incontrare. Ovvio che a lui bisogna proporre un metodo di studio diverso dove i concetti vengono espressi attraverso metafore, immagini, canzoni». «Attraverso mio figlio ho cambiato il mio atteggiamento nell’insegnare: uso maggiormente gli input emozionali, la drammatizzazione dei racconti, ricorro spesso a quei formidabili sussidi didattici che sono i colori e i suoni. Lui mi ha regalato una nuova visione del tempo, più connessa al presente e meno proiettata su futuro e passato».

L’ESSENZIALE DELLA VITA È IL VOLER BENE IN MODO GRATUITO «Stefano non fa progetti, per lui esistono solo le cose che succedono qui e ora, non parla di filosofia, non conosce i passi importanti del catechismo, marecita il Rosario e si commuove quando fa la Comunione e segue la mia preghiera dell’Angelus e se qualcuno sta male è il primo a stargli vicino. L’anno scorso durante un viaggio a Lourdes facendo il barelliere si è accorto che un anziano solo era spesso triste gli si è avvicinato e gli ha tenuto compagnia. I genitori dei miei allievi hanno tante aspettative per i loro figli; li capisco, ma capisco anche che diversa è la mia: io desidero solo che lui sia accettato e amato per quello che è; non lo immagino grande primario ospedaliero, mi auguro che stia bene e che sia contento». Questo per Laura non ha significato scegliere la direzione del rinunciare o del perdere, ma stabilire nuove priorità, riorganizzare i valori. L’imperfezione molte volte è uno stimolo, traccia nuovi percorsi di gratificazione mentre capita anche che la perfezione, la normalità sottraggano slancio vitale. In questa maternità speciale Laura Maiocchi vede una grazia, quella di aver imparato a cogliere l’essenziale della vita che è il voler bene in modo gratuito. «Quando sono in difficoltà chiedo aiuto alla Madonna. Prima di aver partorito Stefano, ero molto cristocentrica. Anche dell’amore verso la mamma di Gesù devo dire grazie a mio figlio».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 29/05/2016 Pubblicato su BastaBugie n. 457

Editoriale

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Cari abbonati, lettori e Amici di Canoscio, sono passati ormai quattro mesi da quando, insieme a D. Cristian, abbiamo iniziato il nostro servizio pastorale qui alla Basilica Santuario della Madonna del Transito. Mi sembra giusto e doveroso condividere con voi impressioni, esperienze e sentimenti che hanno accompagnato questo periodo. Il primo sentimento che avverto è quello del RINGRAZIAMENTO: RINGRAZIO Dio e la Madonna che mi hanno condotto a Canoscio luogo di pace, di silenzio, di incontri, di preghiera e di esercizio specifico del ministero sacerdotale (annuncio del Vangelo, celebrazione dei sacramenti e in modo speciale della Confessione, accoglienza e ascolto delle persone). In una società sempre più frenetica, con ritmi di vita sempre più accelerati, fa bene anche a me rallentare, concentrarsi, dare più attenzione e tempo alle persone che alle attività. Credo sia importante per tutti trovare spazi e momenti di silenzio, di riflessione che ci aiutino a rimettere persone, attività, cose….al loro giusto posto. Ringrazio di cuore i Parrocchiani di Canoscio e i frequentatori del Santuario per la cordiale accoglienza che ci hanno riservato e per la generosa collaborazione prestata. E’ importante formare sempre più una comunità unita che prega, che ascolta la Parola di Dio, che è accogliente e propositiva per tutti coloro che salgono a Canoscio. Il secondo sentimento che provo è la GIOIA per le tante persone incontrate qui vicino alla Madonna, per le belle esperienze fatte nella visita alle famiglie, nella celebrazione della Pasqua e del mese marianodi maggio. Incontrare, conoscere, ascoltare è sempre un grande regalo di Dio perché l’altro è un dono, una ricchezza, una opportunità. Un terzo sentimento che provo è la FIDUCIA. Entrare in una realtà nuova e complessa come quella di Canoscio non è immediatamente facile, ma aver incontrato persone disponibili, comprensive, amanti del Santuario e desiderose che esso svolga al meglio la sua funzione di luogo di preghiera, di accoglienza, di devozione e amore alla Madonna, fa ben sperare.

La fiducia nasce dal sapere e toccare con mano che non si è soli, ma ci sono fratelli e sorelle disposti a collaborare, a condividere progetti, proposte, cammini….e questo fa ben sperare per il futuro.

SPERO che la collaborazione cresca e la condivisione ci unisca sempre di più; SPERO che Canoscio diventi sempre più il polmone che aiuta a vivere meglio la Diocesi e tutte le persone che frequentano il Santuario, da qualsiasi parte provengano. Canoscio è anche una scuola dove si impara a tornare all’essenziale e alla semplicità, caratteristiche espresse molto bene dalla PIETÀ POPOLARE, che non è priva di rischi, ma costituisce sempre un patrimonio da valorizzare e a cui attingere. La “pietà popolare” è “un prezioso tesoro della Chiesa Cattolica e in essa appare l’anima dei popoli…”(Benedetto XVI); “manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere”(Paolo VI); “penso alla fede salda di quelle madri ai piedi del letto del figlio malato che si afferrano ad un rosario anche se non sanno imbastire le frasi del Credo; o a tanta carica di speranza diffusa con una candela che si accende in un’umile dimora per chiedere aiuto a Maria, o in quegli sguardi di amore profondo a Cristo Crocifisso”(Papa Francesco, EG 125).

Situazioni ed espressioni ricorrenti a Canoscio dove le persone vengono a confidarsi, ad affidarsi, a piangere, a supplicare per avere luce, speranza e forza nel cammino spesso duro della vita. La presenza amorevole di Maria a Canoscio aiuti tutti a fare l’esperienza della sua attenta e misericordiosa maternità e conduca tutti a “FARE QUELLO CHE LUI (Gesù) CI DIRA’”.

Invito tutti alla FESTA DEL 15 AGOSTO e a tutti rivolgo l’augurio di ogni bene !!!

Don Franco